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PRINCIPI DI CUI TENER CONTO
NEL PROCESSO
DELLA CURA PASTORALE
di Nino Rosta
I.
Creare una
relazione d’amore, di fiducia e di rispetto reciproco, raccogliendo
informazioni e cercando di comprendere la persona nella sua interezza.
Quando una moglie viene e dice: «Non amo piú mio marito» non basta rispondere con dei versetti biblici per dirle che deve sforzarsi comunque di amarlo ed essergli sottomessa. Di solito il problema che viene presentato è soltanto la punta dell’iceberg; sotto la superficie si nascondono spesso problemi reali. La cura pastorale deve, quindi, penetrare fino alle radici per offrire un aiuto consistente e reale.
A. Essere
un buon ascoltatore
Ci
sono almeno tre principi basilari:
1. «Chi risponde prima di avere ascoltato, mostra
la sua follia, e rimane confuso» (Pr 18: 13).
È una vera follia dare consigli prima di aver ascoltato bene e
aver capito il problema della persona. Non basta che il consulente cerchi di
capire le circostanze delle difficoltà che una persona affronta: egli deve
anche comprendere come la persona rispondeva abitualmente a simili situazioni
nel passato e quali sono i presupposti che strutturano e determinano le azioni.
Ad esempio, si rivolge a voi qualcuno che è obeso. Non è sufficiente dirgli:
«Non mangiare piú». È necessario sapere che cosa pensa sul mangiare e sul cibo,
come veniva (o viene) visto il cibo nella famiglia da cui proviene (in una
famiglia dove i genitori sono abbondantemente sovrappeso anche i figli tendono
a esserlo), se conosce quale sia la prospettiva biblica sul mangiare; il cibo
per lui o per lei è un mezzo per soffocare le preoccupazioni? Pensa di dover
essere bello/a per attrarre qualcuno del sesso opposto? Vuole provocare il
coniuge? Tutte queste informazioni
devono essere esaminate alla luce della Scrittura. In seguito c’è da stabilire
quali cambiamenti occorrono a livello interiore ed esteriore. Pertanto è
necessario raccogliere delle informazioni sia a carattere estensivo (in tutte
le sfere della vita) sia intensivo (su un campo specifico), per avere un quadro
piú completo che permetta di dare aiuto alla persona e compiti adeguati per la
situazione. Certo, non si raccolgono subito tutte le informazioni ma, nel
frattempo, si possono dare dei compiti da eseguire che saranno utili per far
luce su alcune sfere della vita; si può incoraggiare la persona sottolineando
che con il Signore Gesú Cristo il cambiamento è possibile. Con alcune persone
ci vuole tempo fino a che si aprano, perché hanno paura di non essere comprese
o di essere soltanto giudicate. Per questo motivo è saggio non pronunciare
giudizi definitivi se non si sono raccolte abbastanza informazioni; anche
quando si è in possesso di un quadro piú completo o piú chiaro, ogni giudizio
deve essere passibile di eventuali integrazioni.
2. «Lo stolto prende piacere, non nella
prudenza, ma soltanto nel manifestare ciò che ha nel cuore» (Pr 18:2).
Un
altro pericolo è quello di dare l’impressione di sapere già tutto. «Ho capito
tutto», «lo so». Qualcuno che vuole dare consigli senza aver compreso la
persona rischia di diventare un esibizionista che vuole soltanto impressionare
l’altro con la propria conoscenza ed esperienza. Quando noi, quindi, vogliamo
aiutare qualcuno in maniera appropriata dobbiamo essere veramente interessati a
conoscere l’altro: i suoi pensieri, desideri, motivazioni e le sue credenze.
3. «Il primo a perorare la propria causa pare
che abbia ragione; ma viene l’altra parte, e lo mette alla prova» (Pr 18:17).
Dobbiamo
essere coscienti che quando si parla di un problema che si situa in una
relazione fra due o piú persone e soltanto una di esse è presente, allora non
si ricava un quadro oggettivo. Per questo motivo è consigliabile che siano
presenti anche gli altri coinvolti nella faccenda. Ogni membro ha il suo punto
di vista che contribuisce a formare il quadro della situazione. Non sempre,
però, sarà possibile che tutte le persone coinvolte siano presenti, e questo
deve farci ricordare che le situazioni sono generalmente piú complesse di
quanto sembrano.
B. Raccogliere
informazioni sulle diverse sfere della vita
Quando
una persona cerca aiuto si possono porre le seguenti domande per aprire il
dialogo e dirigere i pensieri della persona:
-
Perché hai cercato aiuto?
-
Che cosa hai fatto fino ad ora?
-
Come posso aiutarti?
-
Per quale motivo hai deciso che sia adesso il momento
giusto per cercare aiuto?
È
utile prendersi del tempo per riflettere sulle risposte e usarle come spunto
per porre altre domande. Come abbiamo già detto, dobbiamo raccogliere delle
informazioni in maniera estensiva e intensiva. Le domande devono essere aperte
e non tali che richiedano come risposta un sí o un no. Le domande aperte
cominciano con: dove, quando, quanto, come, che cosa, chi…
1. Condizione spirituale
La
persona è credente o meno? Alle volte facciamo bene a lasciarci raccontare come
abbia conosciuto il Signore e su che cosa si sia basata la sua decisione di
seguire Cristo. C’è la consapevolezza di essere peccatore e che il peccato sia
un’offesa seria verso Dio? Forse si scoprirà una relazione con Dio molto
superficiale. Se la persona non è credente allora è un’eccellente occasione per
testimoniare del vangelo. Se si tratta, invece, di una persona credente bisogna
vedere fino a che punto è cresciuta. Si possono fare altre domande quali: «È
una persona consacrata?» «Ha delle responsabilità nella chiesa?» «Ci sono altri
credenti nella famiglia?» «Riesce ad avere regolarmente un tempo di meditazione
(devozione)?» «Legge la Bibbia?» «Ha un passo biblico preferito?» «Testimonia?»
«Che cosa pensa su Dio? (Alcuni pensano che le cose buone vengano da Dio e
quelle cattive da Satana)». «Quale pensa che sia lo scopo di Dio per la sua
vita?» «E in che modo questa idea la aiuta nelle difficoltà?» «Che cosa pensa
di se stessa come figlia di Dio?» «Ha fiducia che Dio possa cambiarla?»
eccetera.
2. Condizione fisica
Dio
ci ha creati come una unità che comprende la persona esteriore e la persona
interiore; la condizione fisica può, quindi, avere degli effetti a livello
emozionale e spirituale e viceversa. Davide, che, dopo il peccato con Batseba
ha sperimentato degli effetti fisici (Sl 32) ed Elia rappresentano degli esempi
per entrambe le situazioni.
Anche
2 Corinzi 4:16 sottolinea la connessione dell’uomo esteriore con l’uomo
interiore. «Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si
va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno».
Ci
sono almeno 5 aspetti da prendere in considerazione:
-
Sonno: problemi
spirituali possono causare insonnia oppure il sonno irregolare può determinare problemi spirituali. È importante, quindi, sapere quanto tempo la persona
dorma.
-
Alimentazione: anche il
cibo può influenzare il comportamento. Il caffè è uno stimolante; quanto ne
beve? I bambini non dovrebbero mangiare molti dolci perché anche lo zucchero è
uno stimolante. Ci possono essere poi reazioni allergiche che limitano la
scelta di cibo.
-
Esercizi fisici: molte persone fanno dei lavori
che comportano poco movimento e molto stress. Ciò favorisce un incremento di
sostanze chimiche (ad es., l’adrenalina) che producono energia e fanno
contrarre i muscoli; possono nascere delle ansie. Una buona dose di esercizi
fisici può far rilassare il corpo e contribuire al suo benessere.
-
Malattie: vi sono
malattie che sono il risultato di peccati personali (Sl 32:3-4; 38:3; Pr 14:30;
1 Co 11:30); ce ne sono altre che non derivano da una responsabilità personale
e che possono causare delle difficoltà per la persona interessata. Malattie
come il diabete, l’epatite, l’ipertiroidismo, eccetera possono favorire delle
depressioni. In tali casi bisogna incoraggiare la persona a cercare il
trattamento medico adeguato in seguito al quale molti sintomi di depressione
possono essere eliminati.
-
Uso regolare di medicine: molte medicine hanno effetti
collaterali e, per questo motivo, è importante sapere se la persona si serve
regolarmente di determinati farmaci. Alcune medicine possono causare leggere
depressioni; oppure, alcuni antistaminici provocano molta stanchezza. Come
consulente si deve tener conto di tali possibilità e in alcuni casi conviene
consigliare di cercare, insieme al medico, una terapia piú adatta.
3. Condizione emotiva
Qualcuno
ha detto: «Le emozioni sono come un rivelatore di fumo». Ciò vuol dire che le
emozioni sono un segnale di qualcosa che si sta svolgendo nell’intimo della
persona, ma non sono il problema stesso. Il rivelatore di fumo segnala
l’incendio. Sarebbe alquanto assurdo spegnere soltanto il rivelatore e non il
fuoco. Nel caso della cura pastorale significa che non basta eliminare delle emozioni
spiacevoli (ansia, paura, ira, depressione…), ma bisogna vedere che cosa sia il
«fuoco», cioè il vero problema profondo e segreto.
Le
emozioni e i sentimenti non devono essere ignorati, perché sono segnali di
quanto sta succedendo nel cuore della persona. Però le emozioni possono essere
controllate con l’aiuto dello Spirito Santo (1 Co 10:13) anche se sono molto
forti al punto di ostacolare la persona quando vuole fare ciò che è giusto. È
importante sapere che cosa la persona sente, come si sente e che cosa può
risultare da tali emozioni.
4. Abitudini
Qui
ci si propone di capire quali sono i modi d’agire e le abitudini che la persona
ha sviluppato per affrontare determinate difficoltà. Si può indagare su come si
usa o si usava reagire nella famiglia di origine in circostanze avverse (urla,
grida, evitare i confronti). Una coppia ha detto: noi non abbiamo mai litigato,
perché quando interveniva un conflitto lui se ne andava. Sarebbe utile annotare
in quali momenti o situazioni si manifestano determinati comportamenti ed
emozioni (preoccupazione, ira, depressione...). I modi d’agire hanno un impatto
profondo sulle nostre emozioni e sulla condizione spirituale (tirarsi indietro,
non parlare quando si viene offesi o feriti).
5. Quali sono le concezioni della vita?
Con
concezioni della vita si vuole intendere le convinzioni, gli atteggiamenti, e
le aspettative, i valori e i desideri.
«Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, piú affilata di qualunque
spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le
giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb
4:12). Qui si tratta di capire in chi o in che cosa la persona confida, o di
chi ha paura, da chi dipende, chi sta servendo e chi la controlla (Mt 6:24). Ci
sono dei desideri buoni (voglio che mio marito si converta), che sono cosí dominanti al punto di diventare degli
idoli. Questo si può constatare osservando se la persona pecca quando il
desiderio viene frustrato. Quando una moglie fa di tutto per «convertire» il
marito (tutta la sua vita gravita intorno a questo desiderio) non sta
amando Dio e servendo il prossimo, perché Dio è stato rimosso dal primo posto
della sua vita. Il suo desiderio è diventato peccaminoso. Non vedendo un buon
esito può diventare manipolatrice, paurosa e amara, e questi atteggiamenti
rivelano che non sta servendo Dio.
Raccogliere
delle informazioni nella sfera dei desideri e delle concezioni della vita è
indispensabile perché in fin dei conti sono i desideri e i pensieri che
determinano le azioni e le emozioni. Molti brani della Scrittura affermano che
il comportamento peccaminoso viene generato da pensieri e desideri idolatri che
devono essere messi a nudo. Un vero rinnovamento, come lo intende la Scrittura,
deve cominciare nel cuore, altrimenti il cambiamento non sarà duraturo. Il
consulente deve impegnarsi a raccogliere piú informazioni possibili in questo
campo, affinché i concetti e i desideri possano essere sostituiti con quelli
secondo Dio (1 Co 2:16, la mente di Cristo).
Lista di domande (vd. pp. 257-259)
6. Comportamento non verbale
Il
comportamento non verbale può rivelare e comunicare qualcosa sui pensieri e sui
sentimenti (Adamo ed Eva si nascosero).
L’espressione
del viso può comunicare ira, preoccupazione, gioia, tristezza, eccetera. La
persona che cerca aiuto forse non alza lo sguardo mentre parla, qualcun’altra
intreccia le dita.
Si
può osservare come una persona si siede: vicino a chi si siede, allontana la
sedia? Tutte queste informazioni saranno utili per il quadro complessivo.
7. Tono di voce
Si
può intuire dal tono della voce se l’altro è fiducioso o meno, se è impaurito o
tranquillo, se è pieno di odio e risentimenti o di amore e comprensione, se è
interessato o diffidente. La persona in difficoltà può comunicare, senza
parole, se vuole parlare di determinati temi o meno, mostrando un atteggiamento
di disponibilità o di chiusura, di esitazione o di fuga.
II.
Incoraggiare a sperare (nel senso
biblico) che un vero cambiamento è
possibile
Quando un credente si trova in una situazione difficile, che sia una relazione travagliata, una malattia o altro, spesso si lascia travolgere da una profonda disperazione e non riesce piú a percepire la benevolenza di Dio.
Bisogna,
quindi, porre un fondamento sul quale si poggia la speranza biblica, altrimenti
non ci può essere un vero cambiamento. La speranza biblica non è un vago
desiderio, ma l’aspettativa fiduciosa di bene che si basa sulla natura di Dio e
sulla sua Parola; non dipende dalle proprie risorse, dalle circostanze
favorevoli o da altre persone, e non è speculazione. È piuttosto aspettativa
sicura che Dio controlla tutto (Sl 42:58; La 3:24-25). Come si può aiutare la
persona in difficoltà ad avere una visione fiduciosa e piena di speranza?
A. Promuovere
la crescita della relazione con Cristo
«Poiché
tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione,
affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle
Scritture, conserviamo la speranza» (Ro 15:4). Paolo afferma che la Scrittura
ha la facoltà di provvedere la speranza per ogni situazione. 1 Timoteo 1:1
rileva che Gesú Cristo è la nostra speranza; di conseguenza, la speranza vera
può crescere soltanto se la persona conosce il Signore. Significa che con
alcuni ci si deve soffermare a spiegare il vangelo mentre altri hanno bisogno
di riascoltare alcune verità. Alcune persone parlano della loro relazione con
Dio in maniera distaccata, non parlano di un cammino giornaliero con il
Signore. Se qualcuno rischia di perdere la fede sotto il peso di una
difficoltà, allora bisogna indagare sulla salvezza. Alcuni credenti sono deboli
o immaturi nella fede e necessitano di rinforzo che li aiuti a crescere nella
conoscenza personale del Signore. Succede che qualcuno, pur conoscendo molte verità
bibliche, non ne ha fatto l’applicazione personale e non si è verificata alcuna
trasformazione. Un aiuto consisterebbe nel dare dei compiti che rivelino il
grado di maturità (ad es., leggere il vangelo di Marco e scrivere che cosa si
può imparare su Gesú come persona).
B. Insegnare
a pensare in modo biblico
1. Sul carattere di Dio
È possibile che la persona in difficoltà abbia un’immagine sbagliata di Dio: il vecchio, il giudice, il crudele, il bonaccione, il vendicativo. Una tale immagine errata ostacola anche la speranza del cambiamento: qualcuno può pensare che fino a che continua a cadere nella stessa tentazione non potrà avvicinarsi a Dio. Questa persona vede Dio soltanto come qualcuno che punta il dito su ciò che non va bene. In questo modo non si sviluppa la fiducia e la speranza. Quando, invece, la visione di Dio viene corretta sulla base delle verità bibliche, allora la speranza può diventare una forte motivazione per il cambiamento (1 Co 10:13; Ro 8:28).
2. Sul bene ricevuto
Le
difficoltà spesso accecano, annebbiano e impediscono di riconoscere i lati
positivi di un problema e di una situazione. Si tende a vedere soltanto il
dolore, le sofferenze e le aspettative frustrate, e si trascura il fatto che
Dio ha sempre uno scopo benevolo per i suoi figli. Quando Dio ci priva di
qualche comodità, egli persegue uno scopo, come afferma Giacomo 1:3-4: «Sapendo
che la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compia
pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti».
Il suo scopo principale è la costanza.
Quando
la persona in difficoltà intravede uno spiraglio di luce la speranza viene
accesa, e diventa un sostegno nella difficoltà. Concentrandosi sui lati
negativi e penosi la persona tende, inoltre, a dimenticare il bene che Dio
concede nella sua grazia, sia esso bene materiale o bene fisico. (Ad es., una
moglie credente che si lamenta del marito non credente e di quanto lui sia
mancante può comunque trovare degli aspetti positivi in lui, in quanto lavora e
provvede alla famiglia: si tratta di motivi per cui essere riconoscente).
3. Sulle risorse divine
Di
solito la persona provata tende a misurare la possibilità di risolvere un
problema con le proprie forze e risorse fisiche e spirituali; pertanto si dispera
di fronte alla gravità di certe situazioni. Bisogna, allora, mettere in risalto
quanto Paolo afferma. «Ma in tutte queste cose, noi siamo piú che vincitori, in
virtú di colui che ci ha amati» (Ro 8:37). «Dio è potente da far abbondare su
di voi ogni grazia, affinché, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che vi è
necessario, abbondiate per ogni opera buona» (2 Co 9:8). «Io posso ogni cosa in
colui che mi fortifica» (Fl 4:13).
Dio
vuole potenziare i suoi mediante la sua forza per affrontare il problema in
maniera vittoriosa. Quando considera le risorse divine, la persona può
affrontare le difficoltà con speranza.
4. Sulla natura e causa del problema
Succede
che qualcuno in difficoltà abbia analizzato il suo problema e fatto egli stesso
una diagnosi di esso basandosi su materiale proveniente dal campo psicologico,
oppure che sia stato in cura da uno psicologo o psichiatra. Spesso questa
persona è in grado di fare una descrizione del proprio problema sulla base di
teorie psicologiche che la mettono in una posizione di vittima e dalla quale
non c’è una vera via d’uscita. Tale persona viene classificata sulla base dei
sentimenti, dei pensieri e dei comportamenti osservabili. Ma non si va alla
radice del problema.
Una
tale diagnosi può essere motivo di disperazione perché non fa intravedere vie
d’uscita. Quando, invece, si riconosce che i problemi «psicologici» sono in
fondo problemi spirituali (in qualche modo connessi con il peccato mio o di
altri), si apre uno spiraglio di speranza perché Cristo è venuto per liberare
coloro che vivono sotto il giogo del peccato.
C. Trovare
esempi biblici che creano la speranza
La
speranza può anche crescere quando la persona che aiuta è un esempio di
speranza e di fede. «Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi,
fare infinitamente di piú di quel che domandiamo o pensiamo…» (Ef 3:20); «Gesú
fissò lo sguardo su di loro e disse: “Agli uomini questo è impossibile; ma a
Dio ogni cosa è possibile”» (Mt 19:26).
Anche
gli esempi biblici sono una buona risorsa di speranza. Vedendo che altre
persone hanno affrontato situazioni simili alle nostre, vedendo che non siamo
gli unici a trovarci in difficoltà, osservando come altri hanno lottato e
sperimentato la presenza di Dio, tutto ciò può diventare fonte di speranza (Ro
15:4). Persone ripiene di speranza possono fare grandi cambiamenti; là dove
manca la speranza l’impegno sfocerà in un fallimento. Gesú è la nostra
speranza, e noi dobbiamo incoraggiare coloro che sono senza speranza a trovarla
in Lui.
III.
Interpretare le informazioni
raccolte con lo scopo di individuare i temi da esaminare
Le
informazioni che si sono raccolte devono costituire la base per trarre delle
conclusioni sul problema della persona. Dobbiamo analizzare le informazioni da
un punto di vista biblico per giungere a strategie che portano a una soluzione.
L’analisi delle informazioni serve quindi al consulente per capire la
problematica; egli, in seguito, deve spiegare la sua analisi e le conclusioni a
cui è arrivato alla persona che cerca aiuto, affinché essa possa giungere alla
comprensione del vero problema e delle sue cause dal punto di vista biblico. La
persona deve potersi riconoscere nell’analisi e ammettere che l’interpretazione
corrisponde alla sua reale situazione. Soltanto cosí essa sarà disposta a seguire
il consiglio in quanto adeguato al problema.
Interpretare
le informazioni è un compito difficile e richiede molta saggezza e delicatezza
da parte del consulente. Per aiutare nella strutturazione e nella
concettualizzazione è utile porsi alcune domande:
A. Biblicamente,
come viene descritta una tale persona?
Anche
se si deve essere molto cauti nel classificare le persone, possiamo trovare
nella Scrittura alcune categorie utili per l’interpretazione. La prima è:
credente o non credente? Il credente ha accesso a risorse che il non credente
non ha. Quando si tratta di un credente è opportuno descrivere il suo stato
spirituale riguardante la sua relazione con Dio e il suo impegno a vivere la
fede. C’è da chiedersi se la sua fede sia una convinzione personale oppure una
conseguenza del fatto di essere cresciuto in una famiglia credente. Questo
aspetto incide poi sull’approccio dell’insegnamento.
Un’altra
categoria è la maturità o l’immaturità (vd. Eb 5:11-14). Con maturità s’intende
la capacità di mettere in pratica i principi biblici. I credenti immaturi
spesso sanno molte verità della Parola di Dio, ma non le praticano abbastanza.
Anche questo fatto incide sull’andamento della cura: si deve dare «latte» o
«cibo solido». I credenti maturi di solito sanno che cosa devono fare quando si
trovano in difficoltà e hanno bisogno piuttosto di sostegno per realizzarlo,
mentre i credenti immaturi necessitano d’istruzione per poter fare dei passi.
In
1 Tessalonicesi 5:14 ci vengono presentate altre categorie: «Vi esortiamo,
fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere
i deboli, a essere pazienti con tutti».
I
disordinati: la parola che viene adoperata per disordinati (stare fuori linea,
fuori tempo) contiene l’idea di qualcuno che manca di sottomissione, che è
ribelle e testardo. Si può pensare a delle persone che per forza devono avere delle opinioni diverse
dagli altri credenti e che contraddicono spesso gli anziani creando cosí
confusione e disordini. Queste persone devono essere ammonite.
Gli
scoraggiati (persone con piccola anima): il problema di queste persone non è la
ribellione, ma lo scoraggiamento a causa, forse, della perdita di una persona
cara, o di una prova o di una delusione che provoca un sentimento di sconfitta
e di mancanza di ambizione. Questi sono da incoraggiare.
I
deboli (senza forza): qui si può trattare di una qualche limitazione o di una
debolezza fisica o spirituale in forma di mancanza di istruzione, di
opportunità, di finanze, oppure di problemi fisici. Queste persone hanno
bisogno di essere accompagnate, di una spalla per appoggiarsi, hanno bisogno di
un aiuto concreto e di qualcuno vicino che conservi l’amicizia nei suoi
confronti, e non dia importanza (non si scandalizza) del loro difetto o della
loro imperfezione.
B. Qual è la
categoria biblica del problema?
La
domanda qui è quale espressione o concetto biblico potrebbe descrivere il
problema della persona. Si tratta forse di qualcuno con sentimenti di
inferiorità e che vorrebbe essere piú forte? Biblicamente sarebbe qualcuno che
«confida nella carne». A questo proposito la Bibbia dà delle risposte precise
(vd. Fl 4:13; 2 Co 12:9-11).
Spesso
nella vita della persona s’intrecciano piú problemi, e il consulente deve
capire quale sia quello principale e quale quello risultante. (Ad es.: la mancanza di sonno può limitare la capacità di
risolvere dei problemi, e viceversa). Il consiglio varia a seconda
della risposta. Quando ci troviamo di fronte a piú problemi bisogna esaminare e
osservare se ci sono degli elementi (abitudini, modi di fare o di
reagire) che accomunano tutti i problemi. Un tale
denominatore comune può spiegare molti aspetti della vita.
C. Quali sono
alcuni ostacoli per il cambiamento?
Un motivo perché alle volte ci si imbatte in alcuni ostacoli è la comprensione errata di che cosa significhi il cambiamento biblico: spesso si pensa che il cambiamento debba verificarsi da un momento all’altro, magari come un effetto istantaneo dopo una preghiera. Il cambiamento biblico è, invece, la disciplina nella santificazione che richiede la cosciente collaborazione e la volontà della persona. Questo deve essere spiegato. Alcune domande (secondo W. Mack) possono essere utili:
-
Ci sono delle indicazioni del perché la persona non
sia stata in grado di risolvere il problema da sola?
-
L’incapacità di cambiare è radicata nel «non volere» o
nel «non sapere come»?
-
Quali fattori circostanziali contribuiscono ad
aggravare il problema? (Pr 22:24-25)
-
Quali sono le idee errate che contribuiscono al
problema?
D. Che cosa si
aspetta colui che cerca aiuto da colui che lo sta aiutando?
Le
motivazioni che spingono qualcuno a cercare aiuto possono essere numerose: una
moglie (marito) che ha dato un ultimatum; il desiderio che il consulente cambi
il figlio o il coniuge; qualcuno che è stato obbligato a venire, ma non vuole
cambiare; qualcuno che desidera essere sostenuto in preghiera per cambiare una
determinata situazione; qualcuno che cerca simpatia per la sua situazione, ma
non un cambiamento; qualcuno che cerca un cambiamento momentaneo o è pronto a
intraprendere il cammino della perseveranza?
E. Perché
vuole cambiare?
Anche
le motivazioni per un cambiamento possono essere svariate: qualcuno vuole
cambiare per essere accettato dagli altri; un coniuge vuole cambiare affinché
anche l’altro cambi; qualcuno vuole cambiare perché sente il peso della
coscienza.
La
giusta motivazione per un cambiamento è quella di voler piacere a Dio e
glorificarlo (2 Co 5:9; 1 Co 10:31). Nell’analisi delle informazioni il
consulente può considerare casi analoghi a quello che sta affrontando, però
deve vigilare ed essere cosciente che ogni caso è a sé: siamo tutti diversi.
Attenzione a non tirare a conclusioni affrettate prima di conoscere tutte le
evidenze! L’analisi, a questo punto, è un tentativo e deve lasciare aperta la
possibilità di essere rettificata. Il consulente, quindi, dopo aver analizzato
le informazioni deve trarre delle conclusioni provvisorie su quanto ha
ricavato. Egli cerca di formulare possibili spiegazioni per il problema,
spiegazioni che devono in seguito essere confermate o rigettate. Le conclusioni
devono includere un’analisi delle motivazioni del cuore (visto come
istanza piú profonda dell’essere umano che genera i comportamenti), cioè dei
desideri, degli idoli, di ciò in cui una persona confida. Soltanto
l’identificazione delle cause a questo livello può generare un cambiamento vero
e duraturo che onora Dio.
Se
la persona non conferma le conclusioni, il consulente deve continuare a porre
altre domande e dare altri compiti adeguati che rilevano ulteriori
informazioni. In tutto questo processo il consulente deve confidare nel Signore
affinché lo guidi nelle sue riflessioni e nella identificazione del vero
problema. La preghiera è essenziale per tutta la durata della relazione di
aiuto, perché Dio conosce il cuore dell’uomo e soltanto lui può rivelare la
verità alle persone in difficoltà e al consulente.
IV. Insegnare alla persona che cerca aiuto come «svestirsi» delle abitudini e dei pensieri contrari alla volontà di Dio e «vestirsi» della giustizia A manO A mano che, con l’aiuto dello Spirito Santo, si rinnova la mente e si sostituiscono le motivazioni.
Nel percorso del processo della cura pastorale si cerca, quindi, di individuare il problema o i problemi di fondo con tutte le sue ramificazioni e conseguenze, per poi ricercare gli elementi da sostituire secondo la Parola di Dio. A questo proposito l’insegnamento prende un posto di grande rilievo, in quanto costituisce la base sulla quale si progetteranno le strategie del cambiamento.
A. L’istruzione
nella cura pastorale deve essere accurata, e ciò richiede:
1. una conoscenza approfondita delle
espressioni bibliche
L’istruzione,
o l’insegnamento è di vitale importanza nel processo della cura pastorale. Le
verità e le dottrine bibliche devono essere
insegnate perché hanno implicazioni per la vita. Per questo motivo il
significato dei termini biblici deve essere spiegato e approfondito,
soprattutto perché alcune espressioni non fanno piú parte del nostro linguaggio
e alcune situazioni bibliche (parabole) non appartengono alla nostra esperienza
diretta. Espressioni come giustificazione, santificazione, pentimento,
rigenerazione, eccetera contengono dei concetti che per una persona credente da
poco tempo, e non solo, sono carichi di altri contenuti. Le spiegazioni e le
precisazioni sono inevitabili se si vuole aiutare la persona nella lettura e
nella comprensione personale della Bibbia.
Tutta la Scrittura, non soltanto alcune parti (come sostengono alcune persone) fa parte del consiglio
di Dio e, di conseguenza, il consulente può attingervi per le sue
illustrazioni e per i suoi insegnamenti.
2. la comprensione di un versetto o di un brano nel suo contesto e l’interpretazione concordante con tutta la Scrittura
Il principio sopra citato è anche valido per l’interpretazione di
versetti o brani della Scrittura. Versetti e brani devono essere interpretati
nel contesto di tutta la Scrittura. Non rispettando il contesto si può arrivare
a delle eresie e fornire un cattivo esempio di lettura biblica per la persona
che si vuole aiutare. «Trova la tua gioia nel Signore, ed egli appagherà i
desideri del tuo cuore» (Sl 37:4). Spesso questo versetto viene inteso nel
senso che se qualcuno crede nel Signore Gesú riceverà quello che desidera.
Questo è alquanto errato perché la prima parte di esso richiama a una ricerca
della volontà di Dio e, di conseguenza, il desiderio del cuore sarà la
realizzazione della sua volontà, per la quale egli promette l’adempimento.
Infatti, se si considera il versetto successivo «Riponi la tua sorte
nel Signore, confida in lui ed egli agirà», il lettore viene chiamato a
lasciare le proprie preoccupazioni al Signore; lui si prenderà cura della vita.
Ci vuole, quindi, un’accurata interpretazione della Scrittura affinché si
possano ricavare delle applicazioni giuste e appropriate per la situazione.
B. L’istruzione deve contenere gli standard e i principi di Dio
I criteri della Scrittura con l’aiuto di piccoli adattamenti sono validi e traducibili per ogni popolo e cultura, sono transculturali. I problemi basilari di ogni cultura sono gli stessi: per tutti gli esseri umani valgono i comandamenti ad amare Dio e il prossimo. Le norme umane, invece, sono fluttuanti, cioè cambiano a seconda delle pressioni sociali e morali da parte di determinati gruppi nella società. Per la cura pastorale ciò significa che il consulente può, con certezza, trasmettere le norme divine perché esse sono immutabili, chiare e a disposizione di tutti. Egli può fare delle promesse nel nome della Parola di Dio, può incoraggiare sulla base di questa Parola infallibile, cosa che nessun consulente del mondo può fare. Colui che fa cura pastorale deve dichiarare e sottolineare dal primo momento che i suoi criteri sono quelli della Parola di Dio e che lui cercherà di attenersi a essi nelle sue riflessioni e conclusioni.
Esiste il pericolo che durante il processo di cura pastorale ci si
soffermi a cercare una soluzione per un problema senza andare a fondo e senza
tener conto del principio che è stato violato. Insegnando le norme divine la
persona impara a usarle anche in circostanze analoghe.
C. L’istruzione deve essere cristocentrica
La Scrittura, nella sua essenza, si concentra su Cristo e sull’opera sua per l’umanità: ogni brano, alla fin fine, deve portare a Cristo perché lui è la Parola (Gv 1:1). La cura pastorale, quindi, deve porre l’enfasi su Cristo e su quello che ha fatto per noi durante il suo soggiorno sulla terra; su quello che lui fa per noi oggi, cioè la sua intercessione continua alla destra di Dio e su quello che lui farà per noi in futuro. Tali considerazioni mettono in risalto anche l’opera dello Spirito Santo nella vita del credente. Cristo non deve essere considerato un’appendice o un mezzo per soddisfare i propri desideri, ma deve essere esaltato come colui che «toglie il peccato del mondo» (Gv 1:29). Il credente possiede in Cristo tutte le risorse per superare momenti e situazioni difficili e schiaccianti; questa verità è valida anche per coloro che sono convertiti da poco . Dal momento della conversione Cristo abita nella persona (Cl 1:27), come anche lo Spirito Santo (Ro 8:9) e dalla «sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia» (Gv 1:16). La cura pastorale biblica deve condurre la persona a Gesú Cristo come l’inizio e la fine di ogni cosa.
D. L’istruzione
deve condurre a passi pratici visibili nella vita di tutti i giorni
Inutile
sottolineare che l’insegnamento deve sfociare in cambiamenti, produrre azioni
che corrispondono alla volontà di Dio. Non basta sapere che cosa dice la
Scrittura, cioè la teoria, ma da essa devono scaturire azioni pratiche che
avvicinano la persona sempre di piú all’atteggiamento e al comportamento
secondo Dio. «Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non
cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda
conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale,
perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa,
portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio» (Cl 1:9-10).
Questi versetti spiegano inconfondibilmente a che cosa deve mirare l’istruzione
e la conoscenza, cioè a una vita degna del Signore, cosa che deve esternarsi in
azioni e comportamenti visibili.
I
passi pratici passano per due fasi: svestirsi del vecchio uomo, vale a dire del
modo di vivere secondo il mondo e i propri desideri, e vestirsi dell’uomo
nuovo, secondo Cristo, che agisce secondo le norme divine. Il consulente non
deve denunciare solamente ciò che è peccaminoso, ma deve anche indicare l’atteggiamento,
le motivazioni e il comportamento da adottare. L’esempio della casa dalla quale
è stato cacciato un demone, ed è poi rimasta vuota dando l’occasione al demone
di ritornare con altri demoni, dimostra drammaticamente che cosa può succedere
se le motivazioni e azioni malvagie non vengono sostituite con quelle secondo
Dio. Vecchie abitudini, pensieri e motivazioni devono trovare una divina
alternativa. Ad esempio, un ladro non rubi piú, ma lavori e dia agli altri; non
usare parole cattive, ma parole che edificano: non lasciare il vuoto!
V. Esortare a mettere in pratica i principi appresi e a sviluppare abitudini conformi alla volontà di Dio IN OGNI SFERA DELLA VITA.
A. Praticare
- perseverare
Praticare
i principi appresi sembra essere un aspetto molto difficile, perché si tratta
di cambiare abitudini, pensieri e motivazioni, cioè modi di vivere ben
radicati, il che richiede un enorme impegno. «Le cose che avete imparate,
ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi»
(Fl 4:9). Paolo parla qui dell’importanza di mettere in pratica quanto si è
appreso. La promessa della pace di Dio è il risultato dell’ubbidienza continua,
praticando e applicando le norme divine. Quando qualcuno deve cambiare
abitudini sperimenta dei fallimenti, delle ricadute, degli scoraggiamenti; il
consulente deve sostenerlo nei suoi primi passi e incoraggiarlo a rialzarsi e a
continuare nel nuovo modo di vivere. Voler vivere secondo Dio è una battaglia
spirituale! Ma Dio benedice ogni impegno e ogni piccolo passo verso il
cambiamento.
La
Parola di Dio ci parla di persone che sono state cambiate mediante la fede in
Gesú Cristo. «Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri… erediteranno il
regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati
santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesú Cristo e
mediante lo Spirito del nostro Dio» (1 Co 6:9-11). Nella potenza di Dio è
possibile imparare a mettere in atto nuovi modi di vivere, come afferma Paolo.
«Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad
accontentarmi dello stato in cui mi trovo» (Fl 4:11). Tutti possono imparare a
vivere secondo il disegno di Dio.
Il
cambiamento si deve realizzare mediante la pratica; si tratta di un processo
graduale per il quale si possono assegnare dei compiti in modo da facilitarlo.
Il salmista si esprime cosí: «È stato un
bene per me l’afflizione subita, perché imparassi i tuoi statuti» (Sl 119:71).
Alla comprensione dei principi di Dio egli ha aggiunto una conoscenza pratica
di essi, mediante le afflizioni.
Arthur
Kay, nel suo libro Signore, tu puoi
cambiarmi, racconta la storia di un uomo, convertitosi per mezzo di Hudson
Taylor, un certo pastore Hsi. Egli si era convertito dal confucianesimo al
cristianesimo ed era convinto che la sua abitudine a consumare oppio doveva
essere sradicata. Sapeva che avrebbe sofferto immensamente durante il periodo
di astinenza, ma il suo desiderio di vivere nella santificazione e nella
giustizia era piú grande di quello dell’oppio. Mentre lottava, tra sofferenza e
desiderio, disse: «Satana, che cosa puoi fare contro di me? La mia vita è nelle
mani di Dio. Io sono pronto a smettere con l’oppio e morire, ma non voglio
continuare a vivere nel peccato».
B. Compiti
1. I compiti
devono essenzialmente contribuire:
a. alla conoscenza della dottrina della
Scrittura
Questi
compiti permettono a colui che cerca aiuto di estrarre le ricchezze della
Scrittura riguardo alla comprensione, alla convinzione, alle promesse e alla
guida. Essi danno al consulente l’opportunità di far scoprire a colui che cerca
aiuto quanto la Scrittura sia saggia e pratica e come possa parlare proprio in
quella circostanza particolare della sua vita.
b. alla
conoscenza della dottrina della responsabilità umana
I compiti devono aiutare colui che cerca aiuto a comprendere sé stesso davanti a Dio, ad affidarsi a lui e a camminare responsabilmente davanti a lui. I compiti aiutano a renderlo responsabile dei cambiamenti che devono avvenire nella sua relazione con Dio e con il prossimo.
c. alla
conoscenza della dottrina di Dio
I compiti offrono una meravigliosa opportunità di mettere nuovamente Dio in risalto. I compiti che danno, a colui che cerca aiuto, la consapevolezza di Dio aiutano a chiarire quali sono le cose che fanno parte della propria responsabilità e quali quelle che devono essere affidate a Dio. Inoltre i compiti che sono teocentrici tendono a impedire che si crei una dipendenza dal consulente e conducono a una dipendenza piú fiduciosa da Dio.
d. alla
conoscenza della dottrina del peccato
La Scrittura agisce come lo specchio nel quale colui che cerca aiuto vede sé stesso cosí come è in realtà. Questi compiti aiutano a riflettere sul modo di comprendere il problema e conducono a dei cambiamenti specifici.
e. Alla
conoscenza della dottrina della santificazione progressiva
I compiti devono incoraggiare colui che
cerca aiuto nel processo di cambiamento, evidenziando che si tratta di un
processo che interessa l’arco di tutta la vita. Inoltre essi l’aiuteranno a
rendersi conto che il suo cambiamento è costantemente anche legato agli altri.
2. I compiti
sono utili perché:
- Chiariscono il fatto che colui che
cerca aiuto deve collaborare.
- Danno la possibilità al consulente di avere delle informazioni importanti.
- Aiutano
colui che cerca aiuto a continuare ad approfondire quello che è stato detto
durante la conversazione.
- Stimolano
il consulente come anche colui che cerca aiuto ad esprimersi concretamente.
- Aiutano il
consulente a verificare se si sia spiegato bene o meno e se colui che cerca
aiuto collabori.
3. Quali sono le caratteristiche dei compiti utili?
a. Hanno
un fondamento biblico
Ciò fa capire a colui che cerca aiuto che la soluzione si trova nella Parola di Dio.
Gli dà la possibilità di fare nuove esperienze con la Bibbia.
b. Devono
essere pratici e specifici
Essi sono specifici per quanto riguarda il campo dei pensieri, dei sentimenti, del comportamento, delle motivazioni, degli scopi e della visione di Dio.
Devono essere tali perché colui che cerca aiuto deve sapere
esattamente quello che deve fare.
Devono essere tali da far capire a colui che cerca aiuto
quale potrebbe essere il risultato.
c. Devono
essere ispirati dalla conversazione
Devono avere un legame con quello di cui si è parlato e percepito durante il dialogo. All’inizio possono essere dei compiti che hanno come scopo quello di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. Piú tardi si daranno dei compiti che devono aiutare a individuare i legami che ci sono in tutte le diverse sfere della vita per poi iniziare a lavorare per un cambiamento.
d. Devono
essere adattati a colui che cerca aiuto
Ogni persona ha il suo modo di imparare, perciò il consulente deve scoprire quali sono i modi di apprendimento di colui che cerca aiuto.
- Lettura
- Scrittura
- Ascolto di cassette
- Fare delle cose pratiche
- Lavoro individuale o collettivo
- Aiuti visivi, eccetera
4. Alcuni esempi di compiti
a. Scrivi tutti quegli eventi dove i tuoi genitori o altre persone hanno peccato contro di te, e dove tu hai peccato contro di loro.
b. Scrivi
quelle cose in cui ti sembra essere come tuo padre o tua madre, e scrivi anche
che cosa 1 Pietro 1:18-19 ha da dirti al riguardo.
c. Studia
Giacomo 4:1-4 e chiediti se questo testo si applica alla tua esperienza.
d. Leggi
Efesini 1-3 e rispondi a queste due domande:
Chi sono io?
Come lo sono diventato?
e. Scrivi una
lista di passi pratici che intendi fare per quel che riguarda il tuo uso del
cibo.
f. Scrivi un
diario dove annoti gli eventi piú importanti della giornata.
g. Leggi il
salmo 73 e chiediti quali sono i tuoi sentimenti verso Dio e come li manifesti.
h. Fa’ una
lista di tutto ciò che tu ti aspetti dagli altri. Poi leggi Matteo 5:37; 7:12 e
mettilo in pratica.